Legum servi sumus ut liberi esse possimus: siamo schiavi delle leggi per poter essere liberi.

Libertà! Una parola meravigliosa. Legum servi sumus ut liberi esse possimus (“siamo schiavi delle leggi per poter essere liberi”): l’autore di questa frase, Marco Tullio Cicerone, di libertà, ci è morto. Voleva restituire a Roma un partito senatorio, ma Antonio, a capo dei popolari (alias populisti), non era d’accordo. Inserito nelle liste di proscrizione, si rifugiò nella sua isola di Formia. I sicari dei triumviri (Ottaviano e Crasso insieme ad Antonio) lo trovarono, gli tagliarono la testa e la portarono ad Antonio. Gli furono mozzate anche le mani: ree di aver scritto le Filippiche. La lingua, invece, gli venne strappata da Fulvia (moglie di Antonio): usò lo spillone con cui si legava i capelli per trafiggerla. Un prezzo troppo alto, per una parola così bella: libertà.

Niente e nessuno avrebbe fermato Antonio nella sua sete di potere. È sempre la stessa storia: “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. L’ha detto Montesquie. Non propriamente uno qualunque. Certamente, uno che ha provato a restituire al potere la sua forma più bella. Come? Separandolo. In più parti, tre per l’esattezza: il potere esecutivo, il potere legislativo e il potere giudiziario. L’uno condiziona l’altro controbilanciandolo, facendo da freno prima che, varcando il limite, si trasformi in abuso.