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E nella sanità lombarda come stanno le cose ?

23 Agosto 2020   Notizie
 
In ricordo di David
Questa è la mail che stasera è stata fatta pervenire ad alcuni rappresentanti politici della Regione del Veneto
Buonasera,
mi permetto di disturbarvi per inviarvi una nota scritta da un ex collega dell’Agenzia Regionale Socio Sanitaria.
Domani pomeriggio si svolgeranno i funerali di David Polato, un valido e capace professionista, anch’egli dipendente dell’Agenzia Regionale, che a un certo punto, dopo il commissariamento della stessa Agenzia, ha deciso di licenziarsi. In seguito a questa vicenda, e ad altre di natura personale, David si è suicidato quest’estate.
Nell’articolo del gazzettino in cui si parlava del ritrovamento del suo cadavere, c’era un accenno (superficiale, come spesso accade negli articoli di cronaca locale) al fatto che la chiusura dell’Agenzia non ha messo a repentaglio i posti di lavoro dei dipendenti, che sono stati tutti riassorbiti dalle Aziende Ulss o dalla Regione.
La lettera di Roberto, che vi allego, sottolinea come la certezza del posto di lavoro, per un professionista serio come era David, e mi permetto come altri di noi, non è più importante della dignità del proprio lavoro e del proprio impegno, ed è quella che è stata, nella vicenda personale di David e in quella collettiva di ARSS, sistematicamente calpestata.
Perché vi giro questa nota? Per ricordarvi che in questi anni di crisi abbiamo urlato tutti allo scandalo dei suicidi degli imprenditori, ma nessuno ha levato una voce per l’omicidio sistematico del sistema sanitario regionale.
La morte di David, e la sofferenza personale di molti di noi, che in questo sistema han creduto e han lavorato per migliorarlo a vantaggio dei cittadini, deve esserci da monito.
Vi ringrazio per l’attenzione, rimango naturalmente a vostra disposizione.
Il testo della lettera di Roberto
La scomparsa di David ci addolora e porta a domandarci il perché di un gesto estremo e irreparabile. Non so darmi una risposta su cosa sia maturato nell’intimo di David. Con lui non ho avuto un’amicizia sufficientemente profonda da poter svelare i sentimenti più nascosti. Forse nemmeno lui saprebbe spiegarlo. Potremmo leggere cosa dicono i letterati e gli psicanalisti e cercare di applicare quelle idee a questa tragedia. Ancora non riusciremmo a trovare risposte ragionevolmente certe. Tuttavia abbiamo tutti noi lavorato all’ARSS e di questo vorrei discutere, anche perché David e io ci siamo frequentati abbastanza spesso fuori dell’ufficio e abbiamo parlato più volte del lavoro. Perciò posso parlarne con cognizione di causa e lui mi è testimone che racconto la verità di come lui stesso vedeva la situazione.

David era estremamente frustrato di contribuire ad obiettivi confusi che cambiavano quotidianamente, di produrre analisi di una superficialità e pressapochismo esasperanti, alle volte addirittura patetiche falsificazioni, per ricordarne una l’affermazione che la sicurezza dei nostri servizi è maggiore di quella della sanità USA. David era nauseato di lavorare in un posto dove la professionalità non contava nulla, e dove era lampante che gli scopi erano lontanissimi dal risolvere i problemi della sanità e tanto meno dei cittadini.
David voleva lavorare in un posto che contribuisse a dare un senso non solo professionale alla sua vita; questo voleva dire occuparsi della gente, e in particolare delle loro sofferenze tramite una prospettiva economica e manageriale. David era nauseato da una sistematica doppiezza e costante maleducazione. Tutto ciò non può far bene allo spirito di alcuno, nemmeno a quello degli io obesi e malati, e può solo seminare delusione, rabbia, demoralizzazione e anche depressione. Oltre a paralizzare completamente il lavoro, provoca conflitti che si incancreniscono e diventano progressivamente irrisolvibili e si conclude inevitabilmente con la distruzione di un’organizzazione.
David voleva lavorare in un ambiente orientato a migliorare il servizio sanitario regionale, cioè capace e impegnato nel rispondere al mandato organizzativo invece di parlare del nulla e produrre pseudo analisi prive di senso e di implicazioni. Non dico un’organizzazione della quale andare orgogliosi e per la quale preoccuparsi con sincerità, sensibilità, costanza e professionalità, cercando di dare il meglio di sé superando i propri limiti insieme agli altri colleghi in modo collaborativo e multidisciplinare. Parlo più basilarmente di un’organizzazione dove la parola sia mantenuta, dove stringere una mano per sancire un accordo vale qualcosa, e non è uno dei tanti trucchi per fregare il prossimo; dove possedere e praticare le più basilari regole di convivenza civile, la buona educazione e la cortesia non siano considerate forme di debolezza, ma al contrario segni di solidità morale e caratteriale, oltre che elementari premesse al produrre qualcosa di sensato. Mi riferisco ad un posto di lavoro dove si pratichi il più basilare rispetto per il prossimo, iniziando dalla donna delle pulizie e il portiere per finire con i colleghi più anziani o più giovani poco importa. Intendo un’organizzazione i cui dirigenti siano adeguati moralmente ed eticamente, intellettualmente e professionalmente, e da una prospettiva interpersonale evitino di comportarsi in modi gratuitamente sgradevoli, infantili e alle volte perfino isterici. Parlo di un’organizzazione che non si limiti alla micro gestione e i cui dirigenti, nel patetico tentativo di far capire che hanno il controllo della situazione, si occupano di facezie come la regolare ri-distribuizione degli spazi degli uffici.
Non occorre conoscere la letteratura sul management per intuire che i climi organizzativi hanno una forte influenza sull’umore di chi ci lavora; chi entra in un’organizzazione, anche da estraneo, in pochi secondi può sentire se si respira un’aria costruttiva e collaborativa, o, al contrario, un’atmosfera cupa e conflittuale. Trascorriamo la maggior parte delle nostre giornate nelle organizzazioni e quindi le atmosfere che li troviamo e che contribuiamo a creare non possono non avere conseguenze serie su noi e sugli altri. Il grande sociologo Durkheim lo aveva capito e dimostrato con metodi quantitativi oltre un secolo fa che il suicidio è un fenomeno sociale. Aveva parlato di anomia, cioè di scomparsa dell’identità che
inevitabilmente deve essere costruita insieme ad altri; gli altri sono anche i colleghi di lavoro e i dirigenti ai quali rispondiamo.
L’ARSS, come il SER di Castelfranco, sono non solo sintomi di un paese e di una regione alla deriva, dove valori e simboli sacri come il cristianesimo, o validi come la difesa della propria comunità sono sistematicamente ridicolizzati, violentati e manipolati per scopi personalistici e di bande che conoscono modi di gestire inammissibili e folli, come l’autoritarismo e la totale mancanza di coraggio nel descrivere le cose come stanno e anche denunciare le distorsioni per correggerle. Le due organizzazioni costituiscono anche segni inequivocabili di uno storico fallimento della forza (meglio chiamarla debolezza) politica che aveva riscosso un consenso enorme in Veneto, come in nessun’altra zona d’Italia.
A Castelfranco lo psicopatico di turno ha avuto carta bianca per distruggere un’organizzazione che era estremamente produttiva, leale nei confronti della regione e composta da tutte persone che avevano studiato investendo i propri risparmi nelle migliori università del mondo. Nessuno è rimasto oltre lo stretto necessario. Culture normali, cioè sufficientemente moderne, contengono gli psicopatici che nascono in qualsiasi società (l’epidemiologia psichiatrica ci mostra come siano l’1% della popolazione), prima di tutto isolandoli socialmente, poi affidandoli alle cure psichiatriche e quindi, talvolta, quando sono troppo distruttivi, sbattendoli in galera. La nostra politica, se considera così fondamentale concedere privilegi agli sociopatici, dovrebbe tenerli a casa pagandoli come fanno magari 160.000 euro all’anno. Almeno sarebbero solo dei parassiti per la società e non anche dei devastatori, dei leviatani da strapazzo ma sempre leviatani.
Il prodotto emblematico di questo contesto organizzativo è il cosiddetto piano socio-sanitario, che compare dopo 17 anni di vuoto strategico riempito da decisioni frammentarie dettate da interessi di bottega. Quel documento è un’accozzaglia vergognosa di triti slogan espressi poveramente in uno stile degno del più fossilizzato sistema sovietico. Un modo per non decidere, per tenere fragili equilibri di potere immobili, perché se si tocca una carte cade tutto il castello senza fondamenta.
Anche nel Veneto la commedia all’italiana si è fatta tragedia. Penso sia drammatico che i più giovani tra noi non conoscono termini di paragone come forse non li ha chi non ha mai vissuto lontano da qui. Nei lunghi periodo trascorsi in paesi e continenti diversi non ho mai visto situazioni paragonabili all’ASRS o al SER di Castelfranco. Non l’ho visto nemmeno nella savana dove ero l’unico laureato tra 200.000 persone in un paese dittatoriale, in guerra e comandato da uno che aveva la quarta elementare. I contadini della savana Mozambicana ad un livello di sviluppo corrispondente a 6.000 anni fa, cioè senza ruota, né scrittura, né aratro, come anche i nomadi del deserto della Dancalia etiope, uno dei più inospitali luoghi del pianeta, per i quali ho lavorato e con i quali sono stato in contatto per anni, sapevano comportarsi con grande dignità anche in circostanze estremamente precarie, tragiche, dolorose e pericolose. Gli abitanti della Dancalia, gli Afar, sono considerati selvaggi infidi, perché viaggiano armati di coltelli e di fucili o Kalashnikov, e tagliano i testicoli ai nemici che uccidono, e dopo averli fatti seccare ne fanno collane che regalano alle loro donne. Eppure negli Afar ho incontrato compostezza, fierezza e nobiltà d’animo, oltre alla schiettezza. Non ho visto mai la rozzezza, la villania e l’inciviltà così diffuse nelle nostre organizzazioni di cosiddetto paese civile.
In questo paese disfatto, le prepotenze sono non solo tollerate ma addirittura ricompensate. Basta aprire un qualsiasi canale televisivo per cinque secondi per accorgersene. La politica cerca e premia gli individui aggressivi, analfabeti preparati a dire qualunque cosa pur di svolgere l’indecente ruolo di foglie di fico; in una parole premia i servi, che, come tutti i succubi, sono sleali, odiano i loro padroni, e gli si rivoltano contro alla prima occasione propizia.
La politica ha affidato, in generale, a persone totalmente improvvisate l’agenzia che avrebbe dovuto contribuire a mettere ordine nel SSR, migliorandone la qualità, limitando gli errori medici, riducendo gli sprechi e anche la corruzione. L’ARSS non è nemmeno riuscita a individuare la lampante corruzione nel Codivilla di Cortina, che era talmente macroscopica da poter essere svelata in una decina di minuti dedicate all’analisi dei trend della numerosità e del tipo di procedure. L’unico vero successo dell’ARSS è aver bloccato l’enorme truffa della protonica e non è un caso che:
1. ciò è successo in un vuoto di potere all’interno dell’ARSS, cioè in seguito all’uscita del direttore, 2. il professionista che si è esposto prendendo una posizione sacrosanta dal punto di vista morale e professionale, è stato messo ai margini e sistematicamente mobbizzato.
Forse dovremmo celebrare il fatto che aver buttato via alcune decine di milioni di Euro con gli stipendi ARSS abbia fatto risparmiare centinaia di milioni al SSR. Allo stesso tempo è desolante che l’unico successo di un’agenzia sanitaria consista nell’aver bloccato un imbroglio, pur estremamente oneroso per la tasche dei cittadini e per la stabilità del SSR. L’ARSS ha prodotto anche analisi importanti sulla qualità dei servizi sanitari, ma purtroppo dalla regione sono state ignorate; a livello nazionale e in altre regioni sono state palesemente imitate senza ovviamente riconoscerlo. Similmente a quello che è successo al SER che ha prodotto il progetto sulla sorveglianza dei determinanti di salute che è stato chiamato PASSI a livello nazionale. La mancanza di leadership nella sanità Veneta durante gli ultimi due decenni è stata drammatica; dei burocrati non sono stati nemmeno capaci di comprendere di avere in casa prodotti di valore nazionale e internazionale e se li sono fatti soffiare sotto il naso.
Oggi l’amministrazione pubblica della sanità Veneta è immobile, distrutta, seppellita da politici incapaci di prendere decisioni, che navigano a vista occupandosi di quisquilie , da azzeccagarbugli che non hanno la più pallida idea di cosa sia un problema di sanità pubblica, da pseudo professionisti che si sono dedicati anima e corpo a frequentare sezioni di partito o sindacati dove hanno imparato, o meglio affinato ciò che era già loro congeniale e congenito, cioè i poco nobili metodi del vaniloquio, del raggiro e soprattutto della prepotenza e della sopraffazione.
Coloro che sono convinti di essere più furbi pensano anche di essere immuni dal disastro che ogni giorno promuovono, ma prima o dopo tutto torna indietro, magari attraverso un’infezione ospedaliera che colpisce loro o i loro conoscenti nel reparto dove hanno collocato un primario prepotente verso i subordinati, che quindi dedicano molta più energia a sottrarsi alle angherie rispetto al lavorare con impegno tranquillo su ciò che è cruciale, cioè qualità e sicurezza. Fino a quando una politica inetta e irresponsabile affiderà posizioni di vertice nell’amministrazione pubblica a persone inadeguate, il paese non si risolleverà e anzi cadrà sempre più in un coma irreversibile subendo una rapina sistematica delle risorse materiali e la marginalizzazione, la rinuncia a far qualcosa o la fuga all’estero delle poche persone che hanno capacità e voglia di fare qualcosa di costruttivo.
La settimana scorsa sono usciti due articoli sulla situazione culturale e socio-economica dell’Italia, nel Corriere e sul New York Times. Forse non è nemmeno un caso che ciò che rimane del fisico di David sia stato ritrovato negli stessi giorni. L’articolo di Galli Della Loggia esordisce con queste parole “L’Italia non sta precipitando nell’abisso. Più semplicemente si sta perdendo, sta lentamente disfacendosi.” E continua: “Siamo abituati a pensare che essa sia essenzialmente una crisi economica, ma non è così. L’economia è l’aspetto più evidente ma solo perché è quello più facilmente misurabile. In realtà si tratta di qualcosa di più vasto e profondo. Dalla giustizia all’istruzione, alla burocrazia, sono principalmente tutte le nostre istituzioni che appaiono arcaiche, organizzate per favorire soprattutto chi ci lavora e non i cittadini, estranee al criterio del merito: dominate da lobby sindacali o da
cricche interne, dall’anzianità, dal formalismo, dalla tortuosità demenziale delle procedure, dalla demagogia che in realtà copre l’interesse personale.” Un commento rilevante per il Veneto e particolarmente l’ARSS è il seguente “Anche il tessuto unitario del Paese si va progressivamente logorando, eroso da un regionalismo suicida che ha mancato tutte le promesse e accresciuto tutte le spese.” Infine “Un Paese la cui cosiddetta società civile è immersa nella modernità di facciata dei suoi 161 telefoni cellulari ogni cento abitanti, ma che naturalmente non legge un libro neppure a spararle (neanche un italiano su due ne legge uno all’anno), e detiene il record europeo delle ore passate ogni giorno davanti alla televisione (poco meno di 4 a testa, assicurano le statistiche). Di tutte queste cose insieme è fatta la nostra crisi. E di tutte queste cose si nutre lo scoraggiamento generale che guadagna sempre più terreno, il sentimento di sfiducia che oggi risuona in innumerevoli conversazioni di ogni tipo, nei più minuti commenti quotidiani e tra gli interlocutori più diversi. Mentre comincia a serpeggiare sempre più insistente l’idea che per l’Italia non ci sia più speranza. Mentre sempre più si diffonde una singolare sensazione: che ormai siamo arrivati al termine di una corsa cominciata tanto tempo fa tra mille speranze, ma che adesso sta finendo nel nulla: quasi la conferma – per i più pessimisti (o i più consapevoli) – di una nostra segreta incapacità di reggere sulla distanza alle prove della storia.” L’articolo conclude con queste parole “Si tira a campare, con le «larghe intese», questo sì: ma a forza di tirare a campare alla fine si può anche morire.” Può morire un paese intero, ma anche singole persone.
Tornando a David, nessuno può dire cosa gli sarebbe successo se l’ARSS fosse stato un luogo di lavoro sufficientemente sereno, produttivo e collaborativo sotto la guida di individui orientati e motivati a fare qualcosa di positivo per la società. Una società che permette loro, essenzialmente senza rischi e senza merito, di occupare posizioni di grande privilegio.
Da una prospettiva più privata, cioè individuale, ognuno di noi sa se e quanto frequentemente ha assunto comportamenti corretti nei confronti dei colleghi, incluso David, a prescindere dall’aver o meno scorto le sue difficoltà. Ammesso che siamo stati in grado di intuire le difficoltà di David, la domanda alla quale dovremmo rispondere è: abbiamo cercato di allungargli una mano per risollevarlo, oppure le abbiamo ignorate o, magari, essendo un bersaglio facile, abbiamo approfittato per assestargli un calcio quando era facile farlo?
Tutti abbiamo bisogno di scialuppe e salvagente in alcuni momenti, anche i prepotenti che in realtà sono estremamente fragili di carattere. Io sono profondamente convinto che un’altra ARSS avrebbe rappresentato una sorta di scialuppa per David, alla quale si sarebbe potuto aggrappare in un periodo difficile. Ma l’ARSS era una fogna e nelle cloache ci sono pochi appigli e sono coperti di liquame che rende impossibile la presa; la corrente trascina via e il fetore è asfissiante. L’ARSS era una scolo ben prima dell’arrivo dell’ultimo squilibrato al quale la politica ha affidato il settore che consuma l’80% del budget regionale, ma soprattutto la responsabilità di decisioni cruciali per il destino di innumerevoli cittadini e famiglie.
Penso che David abbia fatto fondamentalmente bene a licenziarsi, a sottrarsi da una situazione senza speranza; qualunque persona sana nello spirito, dignitosa e coraggiosa si sottrae al lezzo di una fogna. Anche dal SER quelli che non sono stati espulsi se ne sono andati anche a costo di perdere il lavoro, di emigrare all’estero, di andare in pensione o di tornare in posizioni frustranti nel buio di qualche ufficio di Ulss. Come canta Guccini in Addio “Io dico addio alle vostre cazzate infinite”. David era una persona sensibile, intelligente e rispettosa; ha deciso di andarsene anche perché non tollerava più di dover frequentare un ambiente di lavoro intossicante e al quale si vergognava di essere associato.
L’unica fonte di conforto è l’essere convinti che David oggi finalmente riposa in pace.
Roberto
8 – 11 – 2013